3 cose che devi sapere sulla sostenibilità dei big data

L’impatto della vita digitale sull’ambiente è un tema spinoso e spesso poco trattato ma sul quale è necessario interrogarsi, soprattutto se si considera la crescita esponenziale dei dati prodotti e immagazzinati

Internet è un grande “consumatore” di energia. Secondo Visual Capitalist nel 2020 ci sono state 240.000 dollari di transazioni al minuto su Venmo, 6.659 pacchi al minuto spediti da Amazon e ben 208.333 utenti, sempre al minuto, collegati su Zoom.

A ben guardare, poi, non è solo una questione di “quantità” visto che negli anni si è assistito a un sostanziale cambiamento delle tipologia dei dati immagazzinati. Se, infatti, sino agli anni Duemila prevalevano formati come i documenti Word o Pdf, oggi si parla di contenuti che hanno un volume nettamente superiore; basta pensare ai database di Wikipedia o di YouTube o, ancora, all’enorme mole di dati prodotta dai Social Network.

Dati che fanno riflettere e che sembrano destinati ad aumentare, specialmente se si tiene conto della grande accelerazione del digitale e della sua progressiva penetrazione in tutti gli ambiti, dal mondo dell’impresa agli spazi domestici e alla gestione delle città, senza considerare la moltiplicazione dei device, il cui numero è quintuplicato nell’ultimo decennio.

È un dibattito acceso quello intorno alle nuove reti 5G che, con  una maggiore larghezza di banda , offriranno velocità di download più elevate, e  non serviranno più esclusivamente i telefoni cellulari, ma saranno anche utilizzate per laptop e computer desktop, in competizione con la fibra Internet, aprendo nuovi ‘mercati come l’IoT (Internet delle cose) . 

Con queste premesse  e con una quantità di dispositivi connessi stimati come tre volte superiore la popolazione globale entro il 2023 si comprende bene come la mole dei dati prodotti aumenterà in maniera esponenziale.

Il fabbisogno energetico della “Rete” è dunque destinato a crescere ulteriormente, producendo un impatto ambientale che pochi sembrano considerare seriamente.

Quindi è utile domandarsi: Qual è il costo ambientale della vita digitale? Cosa stanno facendo i big players e le loro strategie in questo senso sono realmente efficaci?

Il costo energetico e ambientale del digitale

Stimare in maniera chiara e precisa l’impatto della vita digitale sull’ambiente è complesso e deve prescindere dall’innegabile utilità che il digitale, la rete, i devices hanno nella nostra vita quotidiana.

Alcuni servizi poi, oltre a renderci più facile la vita, hanno consentito di ridurre i consumi energetici ottimizzando i processi industriali o regolando in maniera più razionale il traffico urbano (si pensi a Google Maps). In questo periodo, costretti dal covid-19 a cambiare le nostre abitudini consolidate, i devices digitali e la rete hanno permesso lo smart working e l’e-learning, e queste nuove pratiche di lavoro e apprendimento non solo hanno arginato la diffusione del virus, ma hanno avuto un impatto positivo sulle emissioni inquinanti causate dal riscaldamento e dal trasporto.

Tutti aspetti positivi ma a che prezzo?

1.    ICT e sostenibilità: i Data Center

L’aspetto più controverso rispetto all’uso dei dati in ambito digitale attiene soprattutto, ma non solo, all’immagazzinamento e all’elaborazione dei dati, ovvero all’energia necessaria a far funzionare l’infrastruttura che è alla base della Rete.

Già nel 2018 si calcolava che il consumo energetico dei Data Center fosse superiore a quello di alcuni paesi (pari a circa 200 TWh all’anno) e che le emissioni di carbonio fossero pari a ben lo 0,3% di quelle complessive mentre per quanto concerne le emissioni di CO2 dell’intero settore ICT nel 2019 erano equivalenti al 2% di quelle globali. Numeri impressionanti ai quali corrisponde una richiesta energetica del comparto ICT (Information and Communication Technology) stimata entro il 2030 a circa il 20% della domanda di energia mondiale

Ad oggi si calcola che due colossi del Web, Google e Amazon, posseggono insieme , posseggono 60 o più Data Center, ovvero enormi distese di strutture che per funzionare necessitano di energia.

Tralasciando l’impatto negativo sull’ecosistema nei quali questi enormi impianti sono costruiti, i Data Center hanno costi ambientali dovuti principalmente alla conservazione e al trasferimento dei dati immagazzinati.

A partire dal 2007 Google ha reso i suoi servizi Cloud “Carbon Neutral”, progettando e implementando una piattaforma intelligente basata sull’uso di energie rinnovabili, mentre Facebook ha cominciato a sperimentare un nuovo sistema, “Autoscale”, con il quale ha cercato di ottimizzare l’uso dei server, specialmente nelle ore di basso traffico.

Verso una maggiore sostenibilità ambientale dei Data Server pareva essersi mossa anche Amazon che, già nel 2014, aveva dichiarato di voler incentivare l’uso delle energie rinnovabili per le proprie strutture, che ha dichiarato di voler impiegare il 100% di energie rinnovabili entro il 2025 .

Ma quali  impegni da parte dei big palyers del WEB in merito alla sostenbilità sono stati mantenuti?

Dal 2010 Greenpeace monitora le azioni e le performance dei big players di Internet con lo scopo di analizzare e ridurre l’impatto del settore IT sull’ambiente.

Le richieste dell’associazione ambientalista riguardano una maggiore trasparenza delle politiche energetiche, un incentivo all’uso delle fonti rinnovabili e un reale e concreto impegno nell’adozione di modelli sostenibili.

Stando ai dati del report “Clicking Clean: Who is Winning the Race to Build a Green internet” pubblicati nel 2019, alcune aziende come Apple, Facebook e Google registrano un miglioramento delle politiche energetiche green, con Apple che impiega l’83%, Facebook il 67% e Google il 56% di energia pulita per le loro operazioni.

Meno promettenti sono le performance di altri Big; nel report si legge infatti come Amazon con la sua divisione Web Service abbia sostanzialmente voltato le spalle al suo impegno green nonostante le promesse pubblicate sul loro sito:  

Sustainability in the Cloud Amazon Web Services (AWS) is committed to running our business in the most environmentally friendly way possible and achieving 100% renewable energy usage for our global infrastructure.

Fonte: Sito web Amazon

In particolare secondo Greenpeace è controverso il potenziamento della  propria presenza in stati, come la Virginia, dove è permesso l’uso di energie sporche, con il risultato di ‘confondere i suoi clienti rispetto alle proprie politiche energetiche. 

Per ragioni simili, anche Wired ‘boccia’ il colosso di Jeff Bezos attribuendogli un giudizio pari a C

Overall Greenness: C-

Energy Efficiency: B

Transparency: F

Technological Innovation: Unknown

Total Renewable Energy Portfolio: 1.6 GW

Fonte: Wired

Greenpeace boccia anche Netflix, colosso dello streaming video, che entro il 2020 secondo le  stime di Cisco Network Traffic potrebbe pesare per l’80% sul traffico totale Internet.

Nonostante l’impegno assunto già nel 2015 per controbilanciare le sue emissioni di CO2, Netflix non sembra aver messo in campo una politica energetica sostenibile, limitandosi a comprare crediti di compensazione delle emissioni piuttosto che investire su energie pulite. Così, se da un lato è innegabile il ruolo che Netflix stia giocando nella controcultura, proponendo documentari e approfondimenti che mettono in dubbio il pensiero mainstream , non ultimo l’acclamato Social Dilemma sul ruolo dei  social media nel costruire la nostra opinione e generare profitti; o i documentari – alcuni dei quali realizzati da aziende (come quelli di Canon o di Swarovski nella forma di branded content), dall’altra loro stessi dichiarano di avere ancora molto da fare (a partire dall’uso indiretto di elettricità ) nel loro percorso verso la sostenibilità:

Most importantly, we’re inspired by the power of all the great storytellers we’ve met who are inspiring sustainability values for Netflix fans around the world through entertainment. There’s a lot more to do and we’re encouraged by all our friends in the space who are working to take us one step further, all the time.

Fonte: Sito Web Netflix

Non è quindi un caso che nel ranking di Greenpeace Netflix sia classificato con una “D” (così come Oracle), mentre la piattaforma video di Google, YouTube, si aggiudicghi una “A”. 

Male anche Hp e IBM, che ottengono un punteggio di ranking complessivo pari a “C”, visto che la quota di energia pulita impiegata è rispettivamente del 50% e del 29% del totale, con Hp che ottiene una “D” per la trasparenza delle sue politiche energetiche mentre IBM si ferma a una “C” per il medesimo parametro.

2. Bitcoin, tracker, AI: i servizi nativi digitali hanno un costo. Non solo economico

Come visto, i Data Center hanno un peso energetico e ambientale abbastanza importante, ma l’impatto della Rete sull’ecosistema naturale riguarda anche prodotti nati proprio con la nascita del WEB.

E’ il caso delle criptovalute, il cui “funzionamento”, abbastanza complesso, richiede un enorme impiego di energia. L’estrazione di bitcoin, infatti, può essere fatta solo da tanti computer con grandi capacità di calcolo che usano l’energia per funzionare e per raffreddarsi, senza contare il fatto che il processo di “estrazione” viene fatto su server-farm generalmente collocate in Paesi, come Cina e Mongolia, dove il costo dell’energia è basso e dove le politiche restrittive per le emissioni di gas serra sono quasi inesistenti.

Calcolare un consumo effettivo dei più importanti sistemi di cryptoasset PoW è complesso, sebbene già nel 2016 alcune ricerche stimavano il dispendio energetico delle sei principali reti di crittografi pari a quello del Belgio. Sebben spesso e questi calcoli siano origine di controversia – le stime tendono a rappresentare si sa la visione di chi le genera –  IEA ha affermato che il consumo elettrico per la produzione di bitcoin si aggirava sui 45 TWh (45 miliardi di watt all’ora)  nel  2018. Per capire di cosa stiamo parlando: si consuma 1 kWh (chilowatt all’ora) quando si fa andare, per esempio, un aspirapolvere da 1.000 Watt per un’ora.

Sulla stessa scia si pone l’Intelligenza Artificiale (AI), i cui innovativi modelli di reti neurali necessitano per il loro sviluppo di una significativa disponibilità di risorse computazionali che, a loro volta, impiegano grandi quantità di energia per funzionare. Ne deriva che il processo di apprendimento di cui essi necessitano ha un peso ambientale importante come dimostrato da una ricerca dell’Università del Massachusetts che parla di emissioni di anidride carbonica cinque volte maggiore di quella di un’auto nella sua vita media. Il numero viene confermato dallo stesso ITIF e anche se i vantaggi offerti all’Ai sono enormi, rimangono impressionanti i suoi costi energetici e ambientali.

Altro “comparto” poco green sembra essere la pubblicità online, cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi anni. Ma davvero l’online advertising ha un impatto significativo  sul consumo energetico del web?

I fattori sono molti, basti pensare al fatto che gli annunci online utilizzano grafiche, video e animazioni che consumano di più degli altri contenuti, e che un annuncio pubblicitario occupa uno spazio relativamente piccolo nella pagina ma richiede un intenso processo  computazionale (CPU) . ci sono poi i tracker, necessari a tracciare il comportamento degli utenti, che incidono molto sul tempo medio di caricamento dei siti, sulla quantità di dati scaricati e sulla quantità delle connessioni attive. Secondo uno studio effettuato dall’azienda Solarwinds nel  2018 il tempo di caricamento di una pagina web tra i primi 50 siti era di 9.46 s con i trackers e 2.69 s senza.  

Il tutto senza considerare che la quantità di annunci online prodotti è proporzionalmente molto alta rispetto al numero di transazioni finali: per concludere una vendita sono necessari milioni di visualizzioni. C’è anche il fenomeno dei click fraudolenti operati tanto dai bot quanto dagli umani per aumentare il clic through rate (stima: 23% del traffico totale generato dall’ADV). L’impatto sull’ambiente della pubblicità online è quindi multidimensionale.

3.    Le soluzioni Sostenibili che possiamo adottare

Da quanto visto fino a qui, risulta evidente come il peso del Web sull’ambiente sia importante e non più trascurabile e come, quindi, sia necessario adottare dei nuovi modelli che favoriscano un approccio eco-friendly.

Qualche passo in avanti i Big di internet lo stanno facendo ma i loro sforzi non sembrano al momento ancora sufficienti, specialmente considerando il livello di allarme che la questione ambientale ha raggiunto negli ultimi anni.

Ci sono delle realtà, come il motore di ricerca Ecosia il primo motore di ricerca certificato B Corporation che compensa l’impatto energetico prodotto con la piantumazione di piante e che ha già raccolto 15 mln di utenti al mondo o l’azienda Fairphone, che combatte  contro l’obsolescenza programmata dei device e si impegna al riciclo delle materie prime raccolte dai device usati. Purtroppo si tratta ancora di realtà troppo isolate e marginali. E poco conosciute.

Le autorità potrebbero studiare delle normative fortemente incentivanti al fine di imporre uno standard ecologico ambientale che eviti il consumo indiscriminato di energia e promuovendo la ricerca di tecnologie più efficienti.

Un contributo può venire anche dagli stessi utenti che, prendendo coscienza della problematica, possono adottare dei comportamenti più virtuosi come, ad esempio, cancellare mail di spam o indirizzi duplicati dalla propria rubrica, conservare i file su dischi rigidi esterni anziché sul cloud o disattivare il Wi-Fi o il Gps sul proprio smartphone quando non utilizzato. Ciò che serve, in conclusione, è un approccio sistemico che tenga conto di ogni aspetto e che veda la partecipazione di tutti, dai Big della rete all’utente finale.


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Author: elena grinta

Mi occupo di comunicazione da 20 anni, ho lavorato nel marketing di grandi aziende internazionali e italiane e conosco i meccanismi della persuasione pubblicitaria. Ho deciso di investire il mio know how e le mie competenze per usare le risorse che hanno a disposizione le aziende (investimenti ma anche capitale umano) nella trasformazione positiva. Perché agli studenti di tutto il mondo a cui insegno Purpose Brands in Università Cattolica voglio poter dare sempre più esempi di aziende virtuose che hanno investito per il futuro, di tutti (e ce ne sono già molte!). Perché se stiamo a guardare, senza agire, senza responsabilizzarci, non abbiamo scuse.


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