Expert Interview: Elena Grinta Intervista Pier Giorgio Ardeni

Professore ordinario di Economia politica e dello sviluppo presso l’Università di Bologna, Pier Giorgio è un attento osservatore delle interconnessioni, divulgatore delle relazioni. i suoi articoli spesso visionari tracciano continuamente linee tra i puntini.

Dopo la Laurea in Scienze Agrarie a Bologna con una tesi su un modello econometrico del commercio internazionale delle materie prime agricole, nel 1986 viene ammesso al corso di Ph.D. della University of California Berkeley, Department of Agricultural and Resource Economics. Gradualmente, dall’economia agraria i suoi interessi si estendono alla macroeconomia, all’econometria applicata E ALL‘ECONOMIA DELLO SVILUPPO. A Berkeley lavora come research assistant con George Akerlof, Gordon Rausser, Andrew Rose e Brian Wright. e ottiene il Ph.D. difendendo una tesi sulle interrelazioni tra moneta, tassi di cambio e prezzi delle commodities.

Ho intervistato Pier Giorgio spingendolo un po’ fuori dal suo tracciato e “facendolo sudiare”, come mi ha fatto notare lui. L’intervista che ne è scaturita è un compendio di riflessioni oggi più che mai utili a coloro che si apprestano a ricostruire o meglio ‘aggiustare’ il futuro. Compresi i professionisti della Comunicazione. quella che Fa Bene.

EG. In un tuo recente articolo su Il Manifesto hai citato il titolo del NYT che tuonava: «Straggling in a Good Economy, and Now Struggling in a Crisis». «Erano rimasti indietro, ora dovranno lottare per non restare ancora più indietro». Altrove si è fatto riferimento al ‘Back to Normal’ più come minaccia che come opportunità. Qual è a tuo avviso il ruolo del settore privato nella ‘Ricostruzione’, nel ‘Rinascimento’ o ancora nel ‘Nuovo Umanesimo’?

La crisi provocata dal lockdown e dalla diffusione del virus, anche laddove non vi è stata una vera e propria serrata, ha caratteristiche nuove e assolutamente inedite. Un alt generalizzato senza “colpevoli” che ha letteralmente congelato grandi parti dell’economia, in molti paesi, trasversalmente. Certo, vi sono settori che hanno continuato ad operare – non solo quelli legati alla sanità, ma anche l’alimentare, la logistica, i trasporti, la pubblica amministrazione – ma in ogni caso a un blocco generalizzato di buona parte dell’economia, con conseguente drastico calo dell’offerta, ha anche corrisposto una diminuzione delle entrate – quelle dei lavoratori salariati lasciati a casa, quelle di lavoratori autonomi, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori – nonché un più ampio calo della domanda delle famiglie e delle imprese. Tutto questo ha portato ad un generale crollo del reddito la cui portata è ancora difficile da valutare. È l’economia che è ora malata e necessita di una terapia intensiva.

Detto questo, però, non tutti sono entrati nell’era del Covid-19 allo stesso modo. E, soprattutto, non tutti ne subiranno gli effetti in ugual misura. L’Italia, come anche gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e altri, erano già paesi delle enormi disuguaglianze – di reddito, di opportunità – ove a migliaia sgomitavano, faticando ad arrivare alla fine del mese, per trovare riconoscimento, per ottenere uno straccio di contratto, uno status non precario. Questi milioni di esclusi, di marginali, di outcast del sistema – la forza lavoro che poi ne era la chiave di funzionamento – rimarranno ancora più indietro, ora che non c’è più bisogno di loro (per il momento, si dice). I lavoratori dei servizi più vari, dei call center, gli interinali, gli startupper da garage, i giovani agenti immobiliari dalle scarpe quadrate, i nuovi “commessi viaggiatori”, i docenti universitari a contratto da 1,500 euro a semestre, le partite IVA, e via dicendo. Giovani, magari laureati, pluri-masterizzati, affittuari delle periferie, con l’auto in leasing, la voglia di sballarsi il sabato sera per non sentire più la mancanza di energia e fiducia. E poi, le famiglie mono-reddito con figli, le donne “in carriera” senza baby-sitter, i sognatori della rete tra hackeraggio e lavoro per le piattaforme, ma anche i rider, gli immigrati di seconda generazione. Vale la pena ricordare che in Italia un terzo delle famiglie fatica ad arrivare alla fine del mese, per comprare un televisore si indebita, in molti non riescono a mantenere i figli all’università, non fanno vacanze esotiche. Metà della popolazione italiana “gode” di appena un decimo del reddito totale nazionale, mentre il 10 per cento più ricco se ne prende il 40 per cento e non sa come annoiarsi.

Tutti quelli che lottavano a denti stretti per una condizione dignitosa ora dovranno lottare per non tornare ad annegare.

Certo, non è colpa di questo governo, di nessun governo, questa volta. O meglio, i governi non ne ha una colpa diretta. Perché sappiamo due cose: che questi virus non si stanno manifestando per caso – e il degrado ambientale, lo sviluppo dissennato ne sono la causa – e che se questo era il quadro socio-economico prima della pandemia, i governi una responsabilità diretta ce l’hanno, eccome.

Ora, si dice, “ci vorrà tempo per tornare alla normalità”. È vero, il virus è lungi dall’essere stato debellato e questa volta non si scherza, non si può fare spallucce come fu per il primo SARS-Cov-1: il SARS-Cov-2 è molto più pericoloso e sneaky. Ma si dice anche, “se quella era la normalità, noi non vogliamo tornarci”. Si dovrà ricostruire, non c’è dubbio, l’economia è stata affossata: migliaia di attività chiuse, catene interrotte, fallimenti, dislocazioni. Ma non c’è stata una guerra, con la distruzione fisica che ne consegue. Chi auspica il “back to normal”, in fondo, pensa che questo andrebbe trattato come “un grande sonno”: risvegliamoci senza timore, il governo coprirà l’invenduto e il salario non ricevuto e tutto ripartirà come prima. Ma il mondo non potrà ripartire come prima: perché la ferita è profonda – un grande incubo, più che un grande sonno – e perché erano troppe le storture perché si possa ripartire da lì.

Non credo ad un “rinascimento” – certo non a qualcosa che può essere “guidato” – perché se rinascimento sarà potrà solo esserlo partendo dalla consapevolezza.

Su vari aspetti. Il primo: cosa ha provocato questo virus? Negli ultimi venti anni, le patologie zoonotiche – quelle che vengono trasmesse da animali all’uomo, proprio come era la pesta bubbonica – sono state sempre più frequenti. Certo, possiamo pensare che per ognuna, ogni volta, ne subiremo i danni finché non avremo trovato la cura o il vaccino, ma questo avverrà sempre dopo che si sono manifestate. Questi virus – in natura ce ne sono migliaia – sono sempre più vicini all’uomo perché abbiamo fatto tabula rasa intorno – deforestazione, allevamenti animali super-intensivi, industriali, coltivazioni ad uso foraggio di migliaia di km quadri – e, o cambiamo qualcosa, o sarà sempre peggio. Il nostro “modello di sviluppo” non provoca solo riscaldamento globale, cambiamento climatico, ma anche questo. Eppure, anche su tali temi ci sono i negazionisti e non basta chiudere un “wet market” a Wuhan per darci un taglio. Vanno eliminati quegli impianti chiusi con 100 mila vacche, 50 mila maiali, milioni di polli, e via dicendo.

Bisogna smetterla di industrializzare la natura, perché questa è una risorsa esauribile e non ri-producibile. Punto.

La narrazione del “nuovo umanesimo”, per quanto romantica e attraente appaia, sembra più che altro il maquillage di un mostro che si sta divorando la natura attorno e noi con essa. Forse, quello del ventunesimo secolo, non è più l’uomo “a una dimensione” di marcusiana memoria, ma quante volte ci siamo sentiti dire che occorre investire di più nella formazione STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) per preparare i nostri giovani per il futuro che arriva? Tanti giovani tecnici per il capitalismo digitale globalizzato, che ora si accorge di avere i piedi d’argilla su di un pianeta arso. Per un nuovo umanesimo, l’hanno già detto molte voci fuori dal coro, ci vorrebbe piuttosto una formazione STEAM, dove la A sta per Arti – l’uomo non vive di solo pane, dobbiamo recuperare il nostro rapporto sano con la natura perché di essa siamo parte, non qualcosa di esterno ad essa. Le nostre imprese, la nostra economia quale valore dà a tutto questo che non sia cultura come entertainment?

Il settore privato? Se l’unico obiettivo è quello dell’utile e dei dividendi, non ha futuro, con un pianeta che muore e l’umanità che vi soccombe.

Ma il settore privato siamo noi: se vogliamo pagare un dollaro al giorno i ragazzini e le donne che fano magliette e sneakers in Bangladesh per rivenderli in Europa a prezzi cento volte superiori e poi lasciare a casa le nostre operaie perché troppo costose, be’, non c’è molto spazio per un “nuovo umanesimo”…

EG. Hai fatto riferimento anche al pensiero liberale e alla preoccupazione emergente verso l’assistenzialismo statale. C’è chi propone una ‘ragione’ sociale diversa per le aziende che riceveranno aiuti dallo Stato: una sorta di Give Back sostanziato da progetti e impegni precisi. «The underlying problem will be even better addressed by durable reforms requiring large companies receiving government subsidies to convert to benefit corporation status. »
Pensi sia una proposta che potremmo adottare in Italia? E l’Europa che ruolo può/deve giocare nella scrittura delle nuove regole del capitalismo?

Non sono un aziendalista, né mi occupo di marketing o di corporations. Però, posso dire che non ce n’è bisogno: cosa vuol dire che le aziende si devono impegnare nel sociale a fronte di aiuti pubblici? L’assistenzialismo statale, per ora, viene pensato solo “per metterci una toppa”, purtroppo e, allora, tutti questi discorsi sono inutili, sono solo maquillage. Diverso è invece il ragionamento che si potrebbe fare sull’intervento statale strutturale: investiamo in ricerca, in infrastrutture, nella cura del dissesto idro-geologico, nella limitazione delle emissioni, nell’eliminare le ipertrofie delle produzioni intensive. Certo sarebbe bello se davvero si riscrivessero le regole del capitalismo… ma c‘è davvero qualcuno che ci sta pensando? Questo capitalismo si regge sul consumismo – generare sempre nuovi prodotti e servizi per generare nuovi “bisogni” – all’insegna della bulimia – di quanti degli oggetti, delle app, delle nostre abitudini abbiamo davvero bisogno? Il give back può essere “filantropicamente” gentile, un’idea carina, ma non intaccherà la logica, le “regole”. Lo Stato, oggi, potrebbe avere un ruolo di guida, oltreché di investitore illuminato nei settori dei beni comuni – l’istruzione, la ricerca, il paese che abitiamo – che dovrebbero a loro volta generare reddito per gli addetti e un mondo migliore e più accessibile ai più. Finanziato con le tasse sui redditi e i profitti più alti – su quelle percentuali “ridicolmente” alte di reddito che non “serve” ai suoi percettori se non a generare altro reddito (per sé), mentre la massa si deve accontentare delle briciole. Perché queste sono le regole della domanda e dell’offerta, bellezza. Ma non c’è logica di mercato che giustifichi i benefit e gli emolumenti dei CEO, delle super-star, è solo un meccanismo vizioso che si autoalimenta. “Tassatemi”, invoca Warren Buffett. E noi, niente! Continuiamo imperterriti… E allora, tassiamoli, sì. Tassiamo pesantemente le emissioni di anidride carbonica: l’occasione, lo ammette pure l’Economist, non è mai stata così propizia, ora che si tratta di riconvertire, di ricominciare.

EG. Torno sull’articolo della Harvard Business Review per focalizzare l’attenzione su un punto cruciale, cioè il commitment rispetto alle dichiarazioni di queste aziende americane che attualmente, pur annunciando attraverso roboanti messaggi pubblicitari di interessarsi al benessere dei cittadini e dei lavoratori (“trust us, We care”) NON hanno, cito, “il dovere “necessario” di agire con equo rispetto per i lavoratori, l’ambiente e la comunità”. «If the Business Roundtable supports conversion of their public companies to this model, their mere “trust us, we care” words will become those of accountable leaders who embrace an enforceable obligation to others». Qual è la tua percezione del ‘messaggio’ che le aziende in Italia stanno indirizzando ai loro consumatori, durante questo periodo difficile, che tu hai definito «Lo story-telling dell’emergenza»?

In ogni situazione come questa – di repentino cambiamento – c’è un adattamento. È normale che tutti, più o meno, vogliano contribuire al dramma dando prove di generosità. E, finita la pandemia, ci sarà chi potrà dire, “io non ho fatto finta di nulla”. Più in generale, la maggiore sensibilità del pubblico verso i temi ambientali, ma anche dei diritti umani, del rispetto delle diversità, delle tematiche di genere, ha portato le aziende, e il loro linguaggio del marketing, ad adattarsi, apparendo più “market friendly”, “branding with purpose”, “consumer oriented” e finanche “environmentally friendly”, e più ossequiosi delle opinioni generali dei consumatori. Purché restino consumatori. Non ci volle nulla, e fece addirittura scandalo, per un produttore di jeans, negli anni Settanta, a mostrare il bel sedere di una donna che indossava un pantalone aderente con la scritta “chi mi ama mi segua”, pur di accattivarsi i giovani consumatori un po’ hippie, attratti dai messaggi di trasgressione che facevano tendenza all’epoca. Oggi è uguale. E l’adattamento, oggi, vorrà far dimenticare il “brutto sogno” – e le cause che ne erano all’origine – per apparire ambientalisti, sani, puliti e “sanificati”. Il problema, lo sanno le aziende e i loro comunicatori, i loro strategisti di mercato, ma lo sa anche (parte del) pubblico, oggi, però, è più complicato.

La pandemia ha solo accentuato, drammatizzandolo, un generale senso di smarrimento, se non di sfiducia. Il progresso non è più il sogno di un mondo migliore e la percezione di dove stiamo andando si è fatta cupa.

La globalizzazione è sempre più vista come una guerra tra poveri, dove a beneficiarne sono solo i protagonisti del jet set e chi ne è fuori si arrangi.

EG C’è il rischio che anche da noi si arrivi a ciò che è stato definito ‘purpose washing’ (looking at where the product or service intersect with a culture or with the conversation of the moment)? È possibile che le aziende stiano facendo a gara – attraverso le campagne pubblicitarie, le relazioni Pubbliche, le iniziative benefiche – per ottenere un riconoscimento nella costruzione di un ‘New Normal’ (magari con la speranza che i consumatori dimentichino che l’Old Normal hanno contribuito a crearlo anche loro)?

La tecnologia è un mostro che corre, sempre più inafferrabile, ora che sono le macchine e gli algoritmi che ci “tracciano”, ci guidano e ci portano via il lavoro, dovremo solo stare attenti a tenerci quel poco che abbiamo, senza lamentarci, che prima o poi verremo sostituiti, come fattori disposable. Il pianeta brucia: uragani, incendi in Amazzonia, in Siberia, in California. Nelle stesse settimane in cui era già venuto alla luce il Covid-19 in Cina, guardavamo sgomenti ad un continente in fiamme, l’Australia, senza sapervi opporre alcuna azione concreta, se non blandire la piccola Greta e ringraziarla di quanto ci faceva sentire vivi. E ora, la pandemia, vissuta come fosse la Peste medievale: qualcosa venuto da fuori di cui bisognava pur dar la colpa a qualcuno. E ritrovarci isolati, a temere il contatto, combattuti tra il desiderio di vita e socialità con il terrore del morbo. E il senso che a tutto questo, ormai, ci stiamo abituando, come se davvero fossimo alla fine.

E, quindi, l’esigenza di disegnare slogan, parole d’ordine, indicare commitments per ricompattare le fila dei consumatori confusi. Eliminare la plastica? Facciamolo! Buttare via i vecchi veicoli a benzina? Passiamo all’elettrico! Tutti in bicicletta, solo prodotti bio, solo dieta vegana. Tutti animalisti! Ma l’ambientalismo e l’organicismo rischiano di essere “cose da ricchi”: lo fa chi se lo può permettere. Cominciamo a pagare un salario dignitoso, diamo a tutti la possibilità di scegliere un prodotto biodegradabile che costa il doppio di uno non smaltibile, andiamo alla radice del problema. Certo, le imprese dicono: così non reggiamo la concorrenza di quei cinesi, indiani, indonesiani che si ammalano di inquinamento pur di farci vivere pulito, a noi, coi nostri prodotti bio di Naturasì che solo in pochi se lo possono permettere. È qui che lo Stato deve intervenire e gli Stati devono accordarsi. La globalizzazione dell’economia può reggere solo se c’è una governance mondiale della globalizzazione. Si potrà andare avanti solo con più globalizzazione – intelligente, governata – non meno.

Photo credits: Il Crenshaw Theater di Paul Laszlo (Los Angeles, 1942). Fotografia di Julius Shulman. j. paul getty trust. getty research institute, los angeles (2004.r.10). Book Cover Adelphi 2019

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Author: elena grinta

Mi occupo di comunicazione da 20 anni, ho lavorato nel marketing di grandi aziende internazionali e italiane e conosco i meccanismi della persuasione pubblicitaria. Ho deciso di investire il mio know how e le mie competenze per usare le risorse che hanno a disposizione le aziende (investimenti ma anche capitale umano) nella trasformazione positiva. Perché agli studenti di tutto il mondo a cui insegno Purpose Brands in Università Cattolica voglio poter dare sempre più esempi di aziende virtuose che hanno investito per il futuro, di tutti (e ce ne sono già molte!). Perché se stiamo a guardare, senza agire, senza responsabilizzarci, non abbiamo scuse.