Fast Fashion VS. Consumismo Consapevole

«La moda ora deve rallentare il suo ritmo insostenibile. Il momento è complicato ma ci offre la possibilità di aggiustare quello che non va e riguadagnare una dimensione più umana». Parole di Giorgio Armani, in una lettera aperta agli americani (sul magazine WWD). E continua “la riflessione su quanto sia assurdo lo stato attuale delle cose, con la sovrapproduzione di capi e un criminale non allineamento tra stagione metereologica e stagione commerciale, è coraggiosa e necessaria. Il declino del sistema moda per come lo conosciamo è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion, carpendone il ciclo di consegna continua nella speranza di vendere di più, ma dimenticando che il lusso richiede tempo, per essere realizzato e per essere apprezzato. ”

Il Fast Fashion ha affascinato i consumatori per oltre 20 anni. I vestiti vengono venduti secondo la logica di scarsità, in quantità limitate e con ‘capsule’ esclusive, creando un senso di urgenza per l’acquisto.

Gruppi di attivisti e consumatori informati continuano a far luce sul settore: un’industria nota per l’inquinamento e gli sprechi generati e per un basso controllo della catena di approvvigionamento

Come conseguenza di un’attenzione maggiore da parte del pubblico, molti marchi nel settore pubblicizzano le proprie pratiche di sostenibilità e il proprio impegno ecologico. Ma è vero o semplicemente greenwashing?

Cos’è il Fast Fashion E Perché È Un Problema?

Merriam-Webster  afferma che il termine “fast fashion” sia nato nel 1977, ma la maggior parte delle fonti fa ricadere la nascita negli anni ’90, quando Zara è entrata nel mercato americano, e il New York Times ha usato il termine per sottolineare la velocità con cui l’azienda ha progettato, prodotto e venduto capi d’abbigliamento ispirati alle sfilate di Moda.

Ci sono molti indizi per individuare un marchio di fast-fashion. Se la collezione viene rilasciata rapidamente dopo le sfilate, se i capi vengono prodotti all’interno di grandi fabbriche in Paesi con scarse tutele per i lavoratori (ad es. Bangladesh e Vietnam), se i clienti sono spinti ad acquistare edizioni speciali disponibili per un periodo ristretto di tempo, o in quantità limitate e se vengono utilizzati materiali di qualità inferiore e altamente inquinanti, probabilmente stai acquistando da un marchio di fast-fashion.

Impatto Ambientale

In un rapporto del 2014 della Banca mondiale, in collaborazione con l’International Finance Corporation (IFC) e il Consiglio per la difesa delle risorse naturali (NRDC), si afferma che il 20% dell’inquinamento idrico a livello globale è causato dalla lavorazione dei tessuti. L’acqua può contenere sostanze tossiche come piombo, mercurio e arsenico.

Greenpeace ha lanciato la sua campagna Detox nel 2011, sfidando l’industria della moda a ridurre a zero il rilascio di sostanze chimiche pericolose entro il 2020. ZDHC è un programma per raggiungere l’impatto zero  e consentire la collaborazione tra aziende multinazionali, produttori chimici e fornitori. ZDHC raduna oggi oltre 150 parnters, tra cui Adidas Group, C&A, Target, H&M, Inditex, Levi Strauss & Co., NIKE, Inc. e PUMA.

ZDHC ha pubblicato il suo primo elenco delle sostanze soggette a restrizioni nel 2014, comprese le sostanze chimiche vietate nelle fabbriche tessili. Un elenco più completo, ZDHC MRSL 2.0 , è attualmente in fase di valutazione. Il direttore esecutivo di ZDHC Frank Michel afferma: “Non abbiamo ancora ottenuto tutto ciò che ci siamo prefissati nel 2011, ma continueremo con un numero crescente di marchi a impegnarci per raggiungere l’impatto zero “.

Le Questioni Sociali

La produzione di abbigliamento in Bangladesh è aumentata negli ultimi anni dopo che si è innalzato i costo del lavoro in Cina, il più grande Paese produttore ed esportatore di prodotti tessili, con una quota di mercato del 37,6%. M.M. Akash, Professore di Economia dell’Università di Dhaka, stima che il minimo salariale per i lavoratori del Bangladesh si dovrebbe aggirare intorno ai 28.620 taka ($ 341) al mese, ma lo stipendio minimo effettivo per i lavori più umili nell’industria tessile è 5 volte inferiore.

Oltre a salari non equi, l’industria del fast fashion sfrutta il lavoro minorile e il lavoro forzato in Argentina, Bangladesh, Brasile, Cina, India, Indonesia, Filippine, Turchia, Vietnam.

L’organizzazione no profit Remake sta cercando di portare alla luce le Storie di vita di alcune lavorattrici dell’industria dell’abbigliamento, giovani donne tra i 18 e i 24 anni che rappresentano l’80% di tutto l’abbigliamento “ Lavoro 12 ore al giorno. Tutta la mia vita è la fabbrica. Vivo nei dormitori con tre coinquiline, lavoro tutto il giorno, mi fermo solo per mangiare in mensa . ”

Kashimiri – Yarn Opener. Panipat, India https://remake.world/

La Risposta Dei Fast Fashion Brands Al Cambiamento Climatico E Allo Sfruttamento Dei Lavoratori

Nel 2018, le Nazioni Unite hanno convocato tutte le parti interessate nel settore moda per stabilire un’azione specifica per il clima e ne è nata la Carta dell’industria della moda, a cui hanno aderito, tra gli altri, H&M, Target e Inditex (società madre di Zara). La mission della carta è “raggiungere emissioni zero entro il 2050”.

WRAP (Programma d’azione su rifiuti e risorse) ha ideato un piano d’azione specifico per l’abbigliamento sostenibile (impegno SCAP 2020).   Oltre 90 sostenitori stanno lavorando per ridurre l’uso del carbonio, lo specro d’acqua e la produzione di rifiuti, tuttavia, secondo un’analisi del magazine Ethical Consumer, l’iniziativa non è in grado di soddisfare le necessarie riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra per controllare il riscaldamento globale identificate dalle Nazioni Unite nel 2018.

Lo sfruttamento della forza lavoro impiegata nella realizzazione di abiti per i principali marchi a livello globale ha portato alla nascita di varie iniziative a supporto, come l’ Ethical Trading Initiative (ETI) .Uno studio indipendente condotto sui meccanismi di ricorso relativi alle violazioni dei diritti umani ha confermato che l’ETI affronta le violazioni dei diritti meglio delle iniziative controllate dall’industria stessa.  Tuttavia, lo studio ha identificato un significativo divario di responsabilità, in particolare sulle violazioni dei diritti umani, che l’ETI non è in grado di correggere in quanto considerato “dispendioso in termini di tempo” .

Cosa possono fare i consumatori?

Ogni consumatore gioca un ruolo fondamentale nel processo di rinnovamento del settore moda. Come clienti, dobbiamo esigere la piena responsabilità dell’azienda e la sua totale trasparenza. Ciò che è pubblicizzato deve corrispondere a ciò che è dietro le quinte.

Il cambiamento può avvenire anche modificando le nostre abitudini di acquisto e la nostra mentalità

  • Fare acquisti nei negozi dell’usato o e-shopping nei siti di prodotti nati dal riutilizzo di altri prodotti. Questa potrebbe essere un’esperienza molto divertente!
  • Condividere e scambiare vestiti con gli amici. Influencer etici hanno organizzato un evento di “clothes swap” per celebrare la settimana della rivoluzione della moda.
  • Noleggiare o riutilizzare abiti per occasioni speciali. La moda sostenibile è stata protagnoista indiscussa del red carpet agli Academy Awards del 2020. Le celebrità indossavano tessuti riciclati, abiti vintage e alcuni indossavano persino il loro precedente outfit da Oscar .

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Jon Kopaloff/FilmMagic/Jon Kopaloff/WireImage courtesy of Insider.com

Tuttavia, se acquistare un nuovo capo è proprio necessario, l’imperativo è acquistare marchi di abbigliamento sostenibile: qualità superiore con una durata maggiore; tessuti sostenibili con il minor impatto ambientale; materiale riciclato o biologico. Quando acquisti tessuti in viscosa, una fibra a base di legno, cerca quelli etichettati come lyocell, Tencel o Monocel. La viscosa derivata da rayon e bambù comporta attualmente un processo di produzione ad alto inquinamento .

Di seguito riportiamo una selezione di aziende di abbigliamento sostenibile. Un elenco più ampio è su EthicalConsumer e GoodOnYou .

Know The Origin

Lanciato nel 2016 da Charlotte Instone, Know the Origin non ha mai investito in pubblicità, crescendo solo grazie al passaparola. I prodotti sono fabbricati a mano per ridurre l’impronta di carbonio. KTO utilizza solo cotone biologico al 100% (Global Organic Textile Standard, GOTS).

MUD Jeans

I prodotti 100% vegani approvati da PETA e i certificati biologici GOTS rendono MUD Jeans  un’azienda ecologica di spicco. MUD Jeans hail totale controllo della supply chain così da poter garantire un lavoro equo.

GRAMMAR

GRAMMAR è un produttore di cotone biologico certificato GOTS. La fase finale della produzione si svolge negli Stati Uniti per ridurre la sua impronta di carbonio e garantire i diritti del lavoro. I salari sono erogati con criteri etici lungo l’intera supply chain.

Sin dai tempi di Adamo ed Eva, l’abbigliamento è stato ritenuto una necessità. Questo non cambierà mai. I consumatori però hanno il potere di guidare le decisioni dei marchi di moda.

Richiedere comportamenti responsabili nei confronti dell’ambiente e della società. Richiedere trasparenza nell’intera supply chain. Fare acquisti consapevoli. Queste le azioni di consumo responsabile che noi cittadini dobbiamo abbracciare.

Leggi anche: Fast Fashion Greenwashing

Photo Credits: Jose A. Bernat Bacete, Getty Images, Copyright:© 2014 Jose A. Bernat

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Author: elena grinta

Sono giornalista con una passione per le nuove tendenze. Ho oltre 20 anni di esperienza nella comunicazione. Far nascere una start-up "for benefit" ha cambiato per sempre la mia vita professionale (e personale). Ho lavorato in diversi reparti di marketing e ho capito che meglio facevo il mio lavoro, peggio impattavo sulle persone e sul pianeta. Ho quindi considerato il Marketing un'"arma" che poteva essere usata a beneficio di tutti gli esseri umani (Cialdini è stato estremamente utile in quel momento ;-)). Ho lasciato il mio lavoro ben retribuito come direttore e ho avviato una start-up innovativa disposta a far sapere meglio alle persone se quando i marchi parlano della loro responsabilità sociale o ambientale dicono la verità. Tutti possono cercare e indagare sul web ma nessuno lo fa! perché è noioso e prende tempo. E se potessimo farlo noi per te ?! Ecco come è nato BeIntelligent! Perché se stiamo a guardare, senza agire, senza responsabilizzarci, non abbiamo scuse.


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